Gli sporcelli

Da “Gli sporcelli” di Roald Dahl


con

Giorgia Antonelli, Pieralgelo Bordignon

drammaturgia e regia

Titino Carrara



Il Signore e la Signora Sporcelli sono individui ripugnanti: sporchi e brutti, ma soprattutto cattivi.
Vivono barricati in una casa sudicia dalle finestre sprangate, circondata da un muro alto e filo spinato, nel giardino: ortiche, cespugli spinosi e un solo grande albero, secco.
Non fanno altro che ingozzarsi e ubriacarsi, il loro piatto preferito è il pasticcio di uccellini.
Per questo, grazie alla terribile colla nontimolla, imprigionano tutti gli uccellini che si posano sui rami secchi del grande albero morto.
Non hanno rispetto per niente e per nessuno, il loro passatempo preferito è maltrattare ogni essere diverso da loro. Per questo, in una gabbia arrugginita,

tengono prigioniera una famiglia di scimmie che costringono, a suon di bastonate, ad esibirsi in folli numeri da circo, rigorosamente a testa in giù.

Questi sono i Signori Sporcelli.
E questa è la condanna di tutti gli animali che hanno a che fare con loro.
Soprusi e malvagità.
Fino a quando arriva in missione segreta uno strano uccello che parla sette lingue.
Coordinerà una missione di liberazione coinvolgendo scimmie e uccelli provenienti da tutto il mondo.
E gli Sporcelli, alla fine, rimarranno vittime della loro stessa cattiveria.

Una storia che parla di diversità: suoni, voci e colori per uno slancio vitale di relazione e partecipazione.

Una storia che vede proprio nelle differenze la forza di unione che alimenta la creatività.
Arroganza e prepotenza incombono di fronte a curiosità, tenacia e passione.

Gli Sporcelli in fondo non erano nati così, così brutti si intende.
La bruttezza è cresciuta col passare degli anni.
All’inizio avevano solo brutti pensieri: pensieri dispettosi, pensieri invidiosi, pensieri odiosi e dopo un po’ glieli leggevi in faccia.
Ma a forza di brutti pensieri, ogni giorno, ogni settimana, ogni anno, la loro faccia diventava sempre più brutta, ed ora è talmente brutta che non si può più sopportare di guardarla.


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