Strada Carrara

Tavole di un Teatro viaggiante


di

Laura Curino, Titino Carrara

con

Titino Carrara

regia

Laura Curino

collaborazione

Roberto Tarasco



Si tratta del racconto, a volte glorioso a volte comico, di una vita a cavallo fra illusione e realtà: quella degli attori girovaghi, dalla fine della seconda guerra all’arrivo del boom economico.
Una storia dal sapore di tempi mitici e remoti… ma non poi tanto, visto che sono qui a testimoniarla.
È la storia di una Famiglia d’Arte itinerante che si sposta di piazza in piazza con un “Piccolo Carro di Tespi”, uno di quelli minori, uno di quei “Carri dei Comici” che hanno contribuito in piccola parte, prima dell’arrivo della televisione e del cinema, a fare conoscere il teatro.
È una storia raccontata con gli occhi di un bambino “diverso”, figlio di attori nomadi, commedianti da 10 generazioni. È una storia di carovane con le ruote di gomma piena e di attori che smontano e rimontano

il teatro sulle “piazze”. È una storia di sacrifici, burlette atroci, improvvisazioni ed illusioni che svaniscono al “calar della tela”.

Questa storia l’ho vissuta in prima persona e tutto quello che racconto è assolutamente vero, anche se, alle volte ai limiti della credibilità. Scene madri, burlette, lazzi, tirate, intoppi imbarazzanti gestiti con candida impudenza… tutti fatti talmente reali da non sembrare credibili: pare invece che appartengano più alle pagine dei copioni, molte volte canovacci, che gli attori mettevano in scena tutte le sere sulle tavole del loro palcoscenico, dove “principali” e “fondali” dipinti a mano su carta venivano sfondati da oggetti che il pubblico, anche troppo partecipe, lanciava al “generico primario”,

solitamente il “cattivo” della situazione. Storie di un pubblico che si guadagnava lo spettacolo facendo chilometri a piedi, passando per i campi in inverno, con le lanterne accese in mano disegnando nella notte serpenti di luce.

Oggi ci sono nuovi personaggi, costumi, trucchi, ma il cuore, l’essenza necessaria del “fare teatro” rimane sempre la stessa: il riflesso di una fiamma negli occhi di chi il teatro lo fa vivere e il teatro, si sa, vive solo se brucia.

Un tuffo di un’ora e mezza in un mondo che pur mostrando la sua migliore facciata, ha la sua singolarità nascosta dietro le quinte.


“Strada Carrara” è una partitura per attore solo nella quale Titino rac­conta la sua infanzia di attore girovago, con una delle ultime famiglie d’arte ancora attive del no­stro paese: I Carrara.

Il racconto di un’esistenza nomade e zingara, lontana dagli schemi borghesi ai quali la nostra so­cietà ha teso dal dopoguerra ai giorni nostri.

Un soggetto che affronta il tema della diversità, rivelando un tessuto sociale, appartenuto alla storia italiana, fatto di carovane e teatri mobili, espedienti e re­pertori teatrali sconfinati, recitati a volte

all’impronta e misurati sull’esigenza e il gusto estemporaneo della piazza. Gusto dal quale è dipesa la reale sopravvivenza di una famiglia, che ha fondato nell’arte l’unica possibilità di sostentamento.

Un mondo che oggi pare lontano e che sembra assi­milabile all’odierna condizione delle famiglie circensi o ai giostrai girovaghi, ma la cui peculiarità “nobile” fece coniare a Benito Mussolini la definizione di “Zingari di lusso”.
Perché di questo si è trattato, in fondo: di una continua lotta per l’affermazione di un’identità arti­stica e nobiliare,

in un paese in trasformazione in bilico tra poesia e zingarismo alla ricerca di valori materiali e non incline a vo­lersi riconoscere in realtà alternative. Il racconto di questo tessuto sociale in via d’estinzione è quasi una necessità storica per sostenere quel carico di umanità e di fantasmagoria che il nostro immagi­nario rischia di perdere: il rapporto tra la magia di un’esistenza atipica (quasi epica) e un passato prossimo della nostra società, tra l’inganno scenico e la quotidianità, nelle percezioni di un bambino in bilico tra realtà e finzione, tra platea e palcoscenico.


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